Nell’autunno del 1934 «Occidente» pubblica un racconto intitolato Cortile : è l’esordio di Anna Banti. “Mi sarebbe piaciuto usare il cognome di mio marito. Ma lui l’aveva già reso grande e non mi sembrava giusto fregiarmene. Il mio vero nome, Lucia Lopresti, non mi piaceva. [...] Anna Banti era una parente della famiglia di mia madre. Una nobildonna molto elegante, molto misteriosa. Da bambina mi aveva incuriosito parecchio. Così divenni Anna Banti”.
Lucia Lopresti nasce a Firenza il 27 giugno 1895 da famiglia calabrese: sarà il padre Vincenzo, un avvocato, a trasmetterle l’amore per le discipline umanistiche. La madre è originaria di Prato. Presto si stabiliscono a Roma, dove Lucia compie gli studi. Bambina timida e testarda, la sua è un’infanzia da figlia unica, solitaria e popolata di storie. Legge Balzac, Goldoni, Stendhal; incontrerà adolescente gli altri grandi maestri di tutta una vita: Manzoni, Verga, Defoe, in ultimo Proust. In terza liceo ha per insegnante di storia dell’arte un giovane anticonformista e polemico: è Roberto Longhi, e in storia dell’arte l’allieva finirà per laurearsi, discutendo con Adolfo Venturi una tesi di argomento seicentesco. Risale agli anni dell’università quella passione per la storia, quel gusto di ritessere la vita di “uomini immersi nella storia e soffocati dalla storia”, che tanta parte avrà nelle sue scelte di narratrice. E’ tuttavia un’altra la strada che vuole percorrere, se nel 1919 pubblica sull’«Arte» di Venturi – e si guadagna gli elogi di Croce – il suo primo saggio di critica d’arte; l’ultimo, nel 1929, sarà firmato Lucia Longhi Lopresti. Il 31 gennaio 1924 ha infatti sposato Longhi, compiendo con quel matrimonio un passo decisivo per il suo destino di scrittrice: “consideravo la critica la cosa più nobile che uno potesse esercitare. [...] L’abbandonai quando capii che avrei fatto della critica d’arte di secondo piano. Avevo sposato Longhi e non potevo permettermelo. Volevo essere io, autonoma”. Abdicazione o sfida, la rinuncia a quella che Lucia Lopresti immagina per sé come una vera vocazione si rifletterà più tardi sulle protagoniste di Anna Banti, “donne indignate e superbe” chiamate spesso a sostenere “colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e una parità di spirito fra i deu sessi”.
Esce nel 1937 il volume d’esordio, l’autobiografico Itinerario di Paolina: Emilio Cecchi non esita a collocare “questa inaspettata Anna Banti” fra le narratrici “complesse e riflesse”, pur paventando per i libri futuri un “soverchiamento delle qualità logiche [...] su quelle emotive”. E’ già nata la leggenda che vorrà nella Banti il prevalere del cervello sul cuore. Alla fine del 1938 i Longhi lasciano Roma per Firenze, “città triste, avara, e [...] priva di cordialità”; l’autunno successivo si stabiliscono definitivamente in una villa sulle colline, «Il Tasso». Durante la guerra, “anni di sdegno e di terrore, da seppellire in un tempo feccioso”, Anna Banti è instancabile: pubblica medaglioni e articoli di costume, lavora a un progetto narrativo sulla vita di Lorenzo Lotto, traduce Vanity Fair. Escono i racconti Il coraggio delle donne, il romanzo Sette lune, le prose raccolte in Le monache cantano.
La notte tra il 3 e il 4 agosto 1943 i tedeschi in fuga fanno saltare le strade d’Oltrarno: sotto le macerie di un appartamento in Borgo San Jacopo, ritenuto più sicuro della villa in campagna, bruciano i manoscritti di Artemisia e de Il bastardo. Con lo stesso coraggio delle sue donne (e traduce intanto Jacob’s Room dell’amatissima Virginia Woolf), l’autrice impiegherà il dopoguerra a riscriverli “come ragazzi rubati alla morte”. Nel 1948 Artemisia la consacra per Cecchi “una delle nostre più ardite scrittrici d’oggi”.
L’anno seguente Anna Banti firma sull’«Illustrazione Italiana» una serie di contributi critici dedicati tanto ai libri freschi di stampa quanto all’opera di narratrici grandi e dimenticate: è l’inizio di una attività – esercitata dal 1950 in primo luogo su «Paragone», la rivista diretta da Longhi della cui sezione letteraria è redattore – che la vedrà impegnata per quasi un quarantennio come appassionato interprete del classici e lettore genoroso di esordienti. Parallelamente, dal 1952 al 1977, tiene sull’«Approdo» una rubrica di critica cimetografica: “Avevano successo quelle mie recensioni perchè ero sempre bastian contrario”. Romanzi e raccolte di racconti si susseguono intanto con cadenza regolare ma con alterno consenso: escono Le donne muoiono (che nel 1952 si aggiudicava il Viareggio), Il bastardo, Allarme sul lago, La monaca di Sciangai, Le mosche d’oro, Campi Elisi, Noi credevamo. Omaggi al talento incompreso, Lorenzo Lotto e Matilde Serao scandiscono le tappe speculari di un percorso già tracciato nel dominio della biografia, Corte Savella (riduzione di Artemisia che andrà in scena nel 1963) segna un’inedita incursione nel territorio del teatro. Data al 1967 la traduzione di un libro molto amato, Le gran Meaulnes.
Il 3 giugno 1970 muore Roberto Longhi. Anna Banti è direttore di «Paragone»; diventerà dopo il suo riconoscimento ufficiale Presidente di quella Fondazione cui il marito ha legato gli strumenti del proprio lavoro. Insieme alla cura delle opere di Longhi i nuovi incarichi assorbono d’ora in poi gran parte del suo tempo, e tuttavia ultima due capolavori come Je vous écris d’un pays lointain e La camicia bruciata; Pasolini scrive che Anna Banti “non è più tra gli eletti, ma tra i primi”. Trova “la forza di riaccostarsi a un mondo perduto” e pubblica la monografia su Giovanni da San Giovanni; traduce due scrittrici che le sono care da sempre, Colette e Jane Austen. Esce nel 1981 Un grido lacerante, impensabile romanzo autobiografico in cui, secondo Cesare Garboli, la “materia inventata scende in un punto profondo, toccando un’antica ferita, la riapre e la cura”. Sarà l’ultimo libro.
Lasciando ogni sua proprietà alla Fondazione, Anna Banti muore a Ronchi di Massa il 2 settembre 1985. Anni prima aveva scritto sulla “sorte infelice” di Lotto: “E’ difficile discriminare se più nuoccia alla fama di un artista essere dimenticato che mal conosciuto: e vien voglia di decidere che se un grande spirito potesse scegliere, preferirebbe il silenzio alle mezze parole”.
Margherita Ghilardi